domenica 18 dicembre 2016

I paradisi artificiali di Charles Baudelaire (Newton Compton)



«Sappiano dunque la gente di mondo e gli ignoranti, curiosi di conoscere gioie eccezionali, sappiano che non troveranno nell’hashish nulla di miracoloso, assolutamente nulla che non sia la loro natura portata all’eccesso… L’hashish sarà, per le impressioni e i pensieri familiari dell’uomo, uno specchio ingranditore, ma pur sempre uno specchio».
Quando condanna l’abuso di hashish e oppio, Baudelaire non ha mai intenti moralistici, ma essenzialmente estetici. Quello che a lui interessa è il potenziamento della creatività attraverso l’ebrezza artificiale; quello che lui odia e teme è il risveglio, è la desolazione, è l’inferno della degradazione. Questi due saggi (Il poema dell’hashish e Un mangiatore d’oppio), pubblicati nel 1860, prendono largamente spunto dal consumo di sostanze stupefacenti, che ebbe un peso centrale nell’esperienza poetica ed esistenziale di Baudelaire.

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